Lasciarsi conviene (agli esperti)

di Jacopo Salvadori
Ormai si può parlare di un vero e proprio 'business delle rotture', con professionisti che forniscono soluzioni di tutti i tipi. Ma in Italia come funziona? Ce lo ha spiegato la psicologa Ernesta Zanotti.

Problemi di cuore

La fine di una relazione può essere un trauma. Non tutti reagiscono allo stesso modo: c’è chi si chiude in se stesso, c’è chi invece vuole lasciarsi tutto alle spalle rapidamente e si dà alla pazza gioia, chi ancora cerca il supporto di parenti e amici. Certo, ognuno è diverso e vive anche questa fase in modo diverso ma recentemente il Guardian ha messo in evidenza una nuova tendenza: rivolgersi ai ‘breakup experts’, cioè agli esperti delle rotture. Il quotidiano inglese ha fatto un viaggio in questo settore, avventurandosi tra psicologi, coach, e-commerce, app, società di consulenza e molto altro.
Navigando sul web, si trovano tantissime soluzioni come le terapie ‘a distanza’ con gli psicologi: basta avere un account Skype, un dispositivo elettronico connesso a internet e si può parlare faccia a faccia con un professionista. Se l’alternativa video non vi convince, esistono versioni testuali. Nello specifico, via mail e via social network. Ci si può anche affidare a dei life coach, figure che aiutano chi è in difficoltà a raggiungere obiettivi personali specifici, che organizzano dei bootcamp, cioè dei ‘campi di addestramento’, di pochi giorni per aiutare a superare la separazione dal proprio partner. Ma le opzioni non sono finite: per chi non vuole mettersi nelle mani di un esperto, ci sono dei rimedi fai-da-te come l’app Mend, una community di cuori infranti, pronti a supportarti e ad aiutarti ad uscire dal momento ‘no’. Oppure si può acquistare una breakup box, cioè una scatola di prodotti per distrarsi dalla fine di un rapporto amoroso che contiene creme di bellezza, smalti e sali da bagno.
Ma nel nostro Paese c’è un mercato del genere? «Non ci sono figure così variegate. Ma comunque esistono. Se una persona ha bisogno di aiuto per superare una rottura, ha tutto il necessario», ci spiega Ernesta Zanotti, psicologa e piscoterapeuta. Insieme a lei, proviamo a capire in che modo questo tema viene discusso, vissuto e affrontato in Italia rispetto agli Stati Uniti e al Regno Unito.

DOMANDA: Qual è la differenza principale tra noi e loro?
RISPOSTA: Il problema è la nostra mentalità: siamo sempre un po’ indietro rispetto ai Paesi anglosassoni, dove psicolgi e altri esperti sono valorizzati. In Italia, invece, c’è ancora la convinzione che dallo psicoterapeuta vanno solo i matti. È un retaggio culturale. Non si ha idea di quanto la mente sia potente nel farci stare bene. E anche male.
D: Leggendo il Guardian, sembra che il problema ‘rottura’ sia solo recente. È così?
R:
No, almeno per noi clinici. C’è da dire che nell’ultimo decennio la società sta cambiando, così come i valori. Ci si prende e ci si lascia con più facilità rispetto al passato. Prima c’era il culto della famiglia: i ruoli all’interno erano ben definiti e c’era sempre qualcuno pronto a sostenerti di fronte a una sofferenza. Oggi, invece, non è così e ci si può perdere. Attenzione: non è una cosa negativa. È un’evoluzione. Però, qualcuno può sentirsi solo. Se si legge in questo modo, la ‘rottura’ è un tema moderno perché solo adesso è legittimo lasciare una persona: per una donna degli Anni ’50, non dico fosse uno scandalo, ma ci doveva pensare bene. La libertà acquisita negli ultimi anni dall’essere umano, anche quella di chiudere una relazione nociva, porta di conseguenza anche a più possibilità di stare da soli.
D: Quindi si deve parlare di problema generazionale? Nello specifico: Millennials e Generazione Z.
R: Probabilmente sì. È innegabile che sono cambiate alcune cose: i genitori, le regole educative, il consumismo e c’è poca tolleranza alla frustrazione. In pratica, si è poco temprati ad affrontare la vita. Un’altra cosa che vedo nei ragazzi di oggi: tanta superficialità. Forse c’è sempre stata nell’adolescenza, però una volta c’erano più ragazzini che andavano a lavorare d’estate, giusto per guadagnarsi qualcosa, mentre oggi c’è la cultura del ‘tutto e subito’. E c’è poca attenzione all’ascolto emotivo: è quasi vista come una debolezza. Se qualcuno piange o è sensibile, viene considerato debole.
D: Ma cosa spinge una persona a rivolgersi a un esperto dopo una rottura?
R: Prima di tutto, la solitudine. A volte può essere fisica: si avverte la mancanza dell’ex partner. A volte è affettiva: magari sono circondata da amici ma nessuno mi capisce. E torniamo al discorso di prima sulla superficialità: non si parla l’uno con l’altro in maniera profonda e attenta. Seconda cosa, la fragilità emotiva. Cioè la difficoltà di avere fiducia in se stessi e di restare da soli.
D: Esistono dei metodi tecnologici per fare sedute tipo via Skype, email e social network. Quanto sono efficaci?
R: Poco. Sia chiaro: anche io do questi servizi ma solo in parte perché è una sorta di ‘pronto intervento’. Se si vuole andare in fondo alla questione, è fondamentale il rapporto diretto perché passa l’emotività e passa l’energia. È un tempo in cui ci si parla a quattr’occhi. Quando do consigli per email, è un po’ come dare suggerimenti da manuale. Su Skype è già diverso perché vedi il paziente in faccia. In sintesi, se serve un supporto, va benissimo la via telematica, se invece la persona ha una necessità più profonda è meglio una seduta classica. Poi la scelta finale è sempre a discrezione del terapeuta.
D: Ci sono anche dei ‘campi di addestramento’ di pochi giorni. Quanto possono essere utili?
R: Non sono molto efficaci. È un po’ come leggere un libro: può aiutare perché dà degli spunti di riflessione. Poi sei tu, nella vita quotidiana, a dover applicare quanto hai appreso dal testo. Il problema è che, a volte, questi corsi sono tenuti da figure non qualificate che magari ti incoraggiano, ti gasano e fanno crescere la tua autostima. In quel momento si crea un’energia particolare nel gruppo, grazie anche al carisma di chi organizza. Quando, però, torni a casa, arriva la delusione. Sono interventi che non vanno bene per tutti: servono a chi è già forte di suo e ha solo bisogno di essere incoraggiato.
D: Cosa pensa della breakup box?
R: Sicuramente sali da bagno e creme non risolvono il problema, però coccolano. È come andare dal parrucchiere, dall’estetista o fare una vacanza: tutte indicazioni che il terapeuta dà, o almeno che io do.
D: E di app come Mend?
R: Il discorso è diverso. Perché in una community puoi trovare qualcuno che ha davvero qualcosa da dire e può aiutarti. Anche perché, come abbiamo detto prima, uno dei problemi è la gestione della solitudine: fare parte di un gruppo, sicuramente, ti dà una mano a risolverlo.
D: Quando è consigliabile andare da un terapeuta?
R: Non esiste una risposta precisa, dipende da persona a persona. Bisogna considerare più variabili: la capacità di ascoltarsi, di essere onesto con se stesso, l’autostima, la dignità, quanto sa cavarsela, la famiglia, gli amici, il lavoro. È consigliabile rivolgersi a un esperto se dopo mesi si è ancora in una fase depressiva: ad esempio c’è perdita di peso, si passano notti insonni e ci sono delle alterazioni nell’alimentazione. Bisogna anche considerare gli effetti collaterali: se la tristezza incide nella mia vita professionale, allora mi serve un aiuto per accelerare il processo di elaborazione del lutto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Emozioni, Relazioni Argomenti: , Data: 20-07-2017 06:52 PM


Lascia un Commento

*