INTERVISTA

Anoressia funzionale, la cura esiste

di Francesca Amé
Emma Wolf racconta in un libro della malattia. E la sua rinascita. Grazie all'amore.

Il libro Alla fine di un lungo inverno, di Emma Wolf.

È la più subdola delle malattie legate al comportamento alimentare. Perché chi ne soffre ha all’apparenza una vita normale (con un fisico particolarmente magro, certo), ma l’inferno dentro di sé. Si tratta di anoressia funzionale, una patologia diffusa e pericolosa, ma che si può sconfiggere. UNA SCRITTRICE DI SUCCESSO MA…
Emma Woolf, 35 anni, inglese, carina e con un cognome che conta (Virginia Woolf, la nota scrittrice, era sua prozia) ha scritto un libro su questa malattia. Alla fine di un lungo inverno, fresco di stampa in Italia dopo un grande successo di pubblico in Inghilterra, è il diario di una guarigione in divenire. Perché Emma, ottimi studi, carriera avviatissima nell’editoria, amici e fidanzati, una famiglia affettuosa attorno, da quando ha 19 anni soffre di anoressia funzionale.
A LetteraDonna.it racconta che cosa significa convivere con questa patologia e perché, dopo 14 anni di sofferenze autoinflitte, ha deciso di cambiare pagina. E di volersi bene.
DOMANDA. In tre parole, che cos’è l’anoressia funzionale?
RISPOSTA. «È una patologia subdola e feroce che ti impone di tenere tutto sotto controllo».
D. Il peso?
R. «Non solo. Hai un rapporto ossessivo con il cibo: nel mio caso non riesco fisicamente a mangiare nulla di grasso. Mi sono nutrita per anni solo di una banana al mattino, di una mela a pranzo e di yogurt la sera. Si ha un rapporto quasi ossessivo con la fame, che diventa la tua migliore amica, si trasforma nell’adrenalina necessaria per fare tutto».
D. Tutto cosa? Un’anoressica non è distrutta dalla fatica della fame?
R. «Un’anoressica funzionale ha un controllo tale del suo corpo da imporgli sacrifici di ogni genere. Io ero, forse dovrei dire sono, ancora patita della forma fisica: prima correvo per ore tutte le mattine, svegliandomi all’alba. Ora ho smesso: ho sostituito la corsa, troppo estenuante per il mio corpo magro, con la bicicletta: una ventina di chilometri al giorno, anche sotto la pioggia».
D. Ma come fa?
R. «Con la determinazione. È così anche con il lavoro.  Ho fatto carriera, lavorando moltissimo in una casa editrice, a costo di grandi sacrifici perché le energie, anche mentali, di una anoressica sono soprattutto concentrate sul controllo della fame, sul controllo ossessivo del cibo e delle calorie».
D. L’inizio della guarigione avviene, circa un anno fa, grazie a un articolo scritto sul Times e poi alla seguitissima rubrica An apple a day (Una mela al giorno) in cui raccontava la sua lotta contro la malattia, giusto?
R. «La scrittura è stata una forma importane di terapia. Scrivere per la prima volta, nero su bianco, la parola anoressia mi ha aiutato a capire a che punto ero arrivata. La rubrica, poi, e il libro che da essa discende, è il racconto dei piccoli successi e delle tante ricadute di quest’ultimo anno in cui ho deciso di riprendermi in mano la vita. Di dire basta a tutto questo».
D. Si riesce a guarire?
R. «Non lo so. Io ancora non lo sono. Posso dire però che per la prima volta ho un motivo importante per farlo».
D. Quale?
R. «Avere un figlio. Concepire. Da  quando, a 19 anni, ho cominciato a dimagrire arrivando a pesare 38 chili e rischiando il ricovero in ospedale (Emma Woolf è alta 1 metro e 65, ndr) anche il mio equilibrio ormonale è stato distrutto. Non avevo più mestruazioni. Ora voglio tornare a ovulare, ma devo preparare il mio corpo alla maternità prima nutrendo me stessa. Solo così potrò nutrire adeguatamente la mia creatura».
D. Un consiglio a una persona che soffre di questa patologia?
R. «Almeno tre. Primo: aprite l’armadio e gettate i capi XXS. Se cercherete di mangiare di più, anche ingrassare qualche grammo vi porterà a sentire quegli indumenti stretti, e a desistere. Secondo: cancellate la parola ‘avidi’ dal vostro dizionario. Se vi concedete un piatto di pasta, non dovete sentirvi in colpa. Tre: non andate sui forum on line legati all’anoressia. Spesso questa malattia spinge al confronto: “vince” chi mangia di meno. È un tunnel pericoloso».
D. Lei ha seguito molte terapie, nel corso degli anni..
R. «Ho ricordi disastrosi di certe sedute di psicoanalisi. Ho provato di tutto, dai massaggi, allo yoga, all’ayurvedica, all’ipnosi. Alcuni esperti di disturbi alimentari mi sono stati vicini e non nego che un supporto psicologico sia fondamentale per superare l’anoressia».
D. La sua storia di guarigione comincia con l’incontro con Tom, il suo attuale compagno?
R. «È stato l’amore a liberarmi dalla prigione dell’anoressia. Aver incontrato Tom, che mi accetta per come sono, mi ha dato lo stimolo per guarire davvero. L’idea di non deluderlo e di costruire con lui una famiglia sono fondamentali. La scrittura poi aiuta ad appoggiare i pensieri: per le anoressiche funzionali come me, sempre così nervose e iperattive, è un momento di pace indispensabile per riflettere sulla propria vita, e per imprimere un cambiamento».

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Publicato in: Corpo, Mente&Psico Argomenti: , , Data: 26-02-2013 01:28 PM


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